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domenica 12 luglio 2015

Virginia Woolf e il suo amore per il marito nella lettera d'addio.




Il 28 marzo del 1941 la scrittrice inglese Virginia Woolf, durante l'ultima delle sue frequenti crisi depressive, si riempì le tasche di sassi e si lasciò annegare nel fiume Ouse, non lontano da casa.

La morte, da lei definita “l’unica esperienza che non descriverò mai”, viene scelta quel giorno per l’ultima e definitiva volta (in passato aveva già tentato il suicidio). 
Il mondo così assiste impotente all’addio di una delle più tormentate menti del Novecento che, dopo cinquantanove anni di vita, non può più tollerare di farne parte.

Lasciò una toccante lettera al marito Leonard Woolf.

Carissimo,
sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai, lo so. Vedi, non riesco neanche a scrivere come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se n'è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.




Il malessere esistenziale della Woolf ha sempre messo duramente alla prova lei e chi più le voleva bene, primo tra tutti il marito che l’aveva sposata senza conoscerne i disturbi, nonostante, già prima del matrimonio, la donna avesse avuto modo di esternarli, ma che non si era mai tirato indietro nel sostenerla.
Oggi potremmo definire il suo come un “disturbo bipolare” ma con tratti anche psicotici, fragilità che già ricorreva nella sua famiglia e che probabilmente era stata acuita dal fatto che, sia lei che la sorella, erano state molestate sessualmente dal fratellastro.
La scrittura per lei era stata una fonte di vita anche se sempre tormentata soprattutto quando si avvicinava il momento della stampa di un’opera.
Virginia è stata una donna che ha sempre guardato oltre la sua condizione, non si è lasciata condizionare dai tempi nei quali viveva cercando di dare voce anche a tante donne più “ordinarie” ma sempre altrettanto importanti.
Purtroppo ha perso la battaglia più grande, quella per la vita.








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