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martedì 13 giugno 2017

"Fortunata" di S. Castellitto. Paga davvero le promesse?






"Fortunata" è l'ultimo film di Sergio Castellitto e questo è già una garanzia di serietà e scrupolo nella regia, che si riflette sicuramente nelle immagini e nelle emozioni che riesce sempre a far emergere.

La protagonista (Jasmine Trinca) è una donna sulla trentina che sta crescendo da sola la figlia Barbara di otto anni in un quartiere degradato di Roma coltivando il sogno di aprire un suo negozio di parrucchiera e conquistare così un minimo di indipendenza economica.

Il marito, da cui Fortunata non è ancora separata legalmente, la tormenta con visite inaspettate e insulti puramente gratuiti.

L'incontro con uno psicoterapeuta infantile, Patrizio, (Stefano Accorsi) cui è stato affidato dai servizi sociali il sostegno psicologico della figlia, si presenterà per Fortunata come l'opportunità di cambiare la propria vita.

Tutta la storia, come sempre nei film di Castellitto, prende origine da un'idea della moglie Margaret Mazzantini, ottima scrittrice e ispiratrice perenne delle storie che poi diventano film di un certo successo.
A mio avviso (non voglio volutamente parlare ancora della trama perché spiegata abbondantemente in seguite trasmissioni televisive), questo genere di personaggi, che ormai sono un cliché per l'autrice, cominciano a perdere un po' di smalto rispetto a quelli del passato. 
I racconti narrano sempre storie di povertà che rasentano il melodramma e che hanno spesso spiegazione in un passato traumatico, che ha lasciato un forte segno fin dall'infanzia.
La reiterazione nei tratti caratteristici di ambienti e persone quindi, può apparire allo spettatore una mancanza di alternative narrative, che stanca e appassisce il valore della storia in sé.

I personaggi, comunque ben delineati, risultano di forte impatto (ad eccezione a mio avviso della figura dello psicoterapeuta) e sono ben interpretati dagli attori fra cui ricordo Alessandro Borghi, ottimo nella parte di Chicano, un tossico affetto da bipolarismo amico di Fortunata.












venerdì 9 giugno 2017

Mangiare al ristorante e non pagare...




A Firenze e dintorni, da qualche giorno, un giovane tedesco  mangia in vari ristoranti e non  paga il conto, urlando e molestando gli altri clienti in preda ad ubriachezza.

Qualcuno penserà che è un gran furbo, qualcuno invece lo classificherà solo con un furfante, sta di fatto però, che il nostro personaggio ha recato un danno economico nei luoghi dove si è presentato e ha creato un certo scompiglio negli altri clienti che spesso si sono allontanati.

Lui mangia pizze e beve birra, tanta birra, e alla fine vuole andarsene fra schiamazzi e urla e, poco spavento gli fanno i carabinieri sempre prontamente chiamati, che cercano di bloccarlo.
Ogni volta una nuova denuncia per insolvenza fraudolenta e ubriachezza molesta ma per ora queste sanzioni non hanno avuto molto effetto. 
Ieri sera ha replicato fuori dalla città e ha anche aggredito i militari che erano intervenuti, così alla fine, il trentasettenne è stato arrestato.

A lui non possiamo contestare però una scortesia di galateo che oggi frequentemente succede e cioè che gli uomini non pagano più il conto del ristorane quando escono con una donna. Brutto modo per presentarsi e di una scortesia incalcolabile anche fare a metà.

Di chi è la colpa di questa nuova abitudine ormai dilagante? 
Della richiesta di parità da parte del sesso femminile? Da questa indipendenza che cerchiamo in modo esasperato per dimostrare a noi stesse (e parlo da donna) che valiamo quanto loro?
Non so cosa pensare certo è che la società cambia continuamente e fa sembrare obsoleti abitudini e modi di comportarsi che sono sembrati validi fino a poco prima...

Quanto è bello invece sentirsi coccolate e desiderate da quell'uomo che ci ha portato fuori e che sta nei nostri sogni e desideri. Questo credo che sotto sotto le donne lo provino ancora anche se non lo dicono e non ci trovo nulla di scandaloso.

Allora appello agli uomini: siate ancora galanti e vedrete che vi sembrerà una cosa naturale.




mercoledì 7 giugno 2017

Le piene di grazia di Carmen Totaro un libro duro e amaro come la Puglia.




In questi ultimi giorni di scuola ho accompagnato i miei alunni nella biblioteca di quartiere dove abbiamo seguito una serie di incontri sulla storia di  Roma.
Mentre ero lì ho adocchiato un libro in bacheca. 
Come ho già detto mi faccio catturare dalle copertine e dai titoli e questa volta tutto prometteva bene, quindi l’ho preso in prestito e la sera, pur se un po’ stanca, ho dedicato il mio tempo alla lettura.

Le piene di grazia” di Carmen Totaro è uno strano libro che mi ha fatto di nuovo provare sentimenti di rabbia e impotenza come quando lessi, tanti anni fa, “Jane Eyre” di Charlotte Brontë.

La storia, rude, costruita su patimenti e sofferenze, voglia di vendetta per colpe non pagate e ingiustizie subite, riempie totalmente ambienti e personaggi, catapultando il lettore in una Puglia quasi segreta e connivente delle brutalità che vi accadono.

I due personaggi che si srotolano davanti agli occhi di chi legge, soffrono di due sentimenti diversi: una è Palma che non dimentica la morte della sorella e che chiede con tutta sé stessa vendetta; l’altra è Maria Rosaria che pecca d’amore per il suo Cosimo e ne verrà ripagata con false promesse e la morte.

Poi ci sono Nunziata, sorella di Cosimo, ritenuta la colpevole della morte di Maria Rosaria e che subirà a sua volta, dopo molti anni, una punizione terribile proprio da Palma e Angela, l’ostetrica che unica, cerca di dimostrare un po’ di cuore per la povera ragazza rapita e segregata fino al momento del parto.

Entrambe le sorelle, ferite nell’animo e nel fisico anche se in modi diversi, subiscono il mondo maschile, che appare prepotente e che non lascia scampo alle donne in una guerra aperta e vile, che le lacera e le consuma, lasciandole sempre e comunque impotenti.

La Totaro, anch'essa pugliese, ha scritto questo su primo libro un paio di anni fa, dimostrando la sua bravura e capacità di raccontarci una storia che non sembra avere un tempo stabilito, preciso, ma che si può dipanare in questi territori in qualsiasi momento storico svelandoci animi femminili fragili ma al contempo forti. 






mercoledì 31 maggio 2017

Una recensione, ma non solo, del libro "Magari domani resto".






Cari amici che leggete il mio blog saltuariamente o con più costanza, oggi voglio parlarvi dell’ultimo libro che ho letto e soprattutto voglio spiegarvi un concatenarsi di cose che mi sono successe da gennaio e che idealmente si ricollegano anche a questo romanzo.

Dovete sapere che ogni anno a Natale scopro quale sarà la mia carta guida per l’anno nuovo.

Non so se conoscete Roberto Assagioli psichiatra e fondatore della psicosintesi, e comunque non voglio certo parlarvi di tutte le sue teorie, ma solo accennarvi a ciò che per lui era un fondamento e cioè che “più l’attenzione è focalizzata su proprie immagini mentali, più aumentano le possibilità che queste immagini diventino realtà”, quindi, se creiamo immagini negative queste attrarranno nel mondo fisico atti negativi e viceversa.

Ecco allora che lui ha pensato alla tecnica delle “parole evocative”.
Questa può essere usata per evocare qualità psicologiche positive e il primo passo è scegliere una carta coperta, fra tutte le parole che Assagioli ha ritenuto importanti.
Non dobbiamo sapere quale sarà, ma dobbiamo lasciarci trasportare nella scelta dalla parola stessa perché, in qualche modo, è lei che “ci sceglie e ci chiama”.

Negli anni passati ho spesso avuto carte complicate come “pazienza” oppure “gratitudine”. L’impegno che prendiamo dal momento della scoperta della parola-guida è di capirne bene il significato e cercare dentro di noi il legame che ci unisce alla parola stessa per poi, in un secondo momento, metterla in pratica e vederne i risultati.

Quando ho scelto la parola per il mio 2017 ero sicura che mi sarebbe di nuovo arrivata una immagine evocatrice piena di riflessioni, invece, con mia enorme sorpresa, ho girato la carta con scritto LUCE.

Che meraviglia, mi sono detta, finalmente un modello da seguire che mi ispirerà in modo positivo e pieno di emozioni.
Ho iniziato subito a lavorare intimamente con la mia parola evocatrice e in modo bizzarro mi sono trovata in tante situazioni nelle quali la LUCE era davvero un elemento determinante ad esempio ho collaborato con una associazione che ha questa parola dentro al proprio nome.

Ed eccoci a noi.
Quando qualche giorno fa sono andata in libreria ho usato la stessa tecnica della scelta delle carte per comprare il mio nuovo libro da leggere. Lo faccio spesso questo gioco: aspetto che il libro mi chiami col suo titolo o la sua copertina e così ho acquistato:

“Magari domani resto” di Lorenzo Marone.

Confesso di non aver mai letto libri suoi e quindi era tutto da scoprire, ma dovete capire la mia sorpresa quando nella seconda pagina ho letto:
“Siamo a Napoli, quartieri Spagnoli.
Io vivo qui.
Il mio nome è Luce.
E sono donna”.


Mi sono detta che era veramente un destino segnato che scoprissi questo scrittore e in particolare questo libro.
Sì, la storia mi è piaciuta molto e mi sono da subito immedesimata e appassionata alla vita di questa giovane donna trentenne, avvocato molto sui generis, abituata a subire dalla vita, offese e delusioni, ma che cerca di reagire con uno stile di vita molto particolare e con l’aiuto di un cane e di don Vittorio, un vicino di casa anziano, che vive sulla sedia a rotelle.
Nome comunque impegnativo il suo, visto che di cognome fa Di Notte, e che sulla famiglia può contare ben poco perché il padre  è scappato di casa e la madre sembra vivere solo di luoghi comuni e di chiesa.
L’ambiente è quello dei Quartieri Spagnoli di Napoli con tutte le contraddizioni e le problematiche ben note di criminalità e silenzi, ma lo scrittore in qualche modo, assapora il desiderio di riscatto per questa gente, mostrandoci che esistono anche persone che vogliono reagire e cambiare le cose.
Luce avrà un caso da risolvere.
Un caso che la porta a conoscere un bambino quasi fuori dal mondo, vista la sua bravura e maturità, la sua mamma e a riscoprire il suo desiderio di maternità, che fa capolino anche se tenuto nascosto. E poi ci sarà una rondine, piccola, che non vuole partire, che non vuole abbandonare la sua nuova vita e un ragazzo che fa il giramondo e che risveglia in lei sentimenti ed emozioni.
Inutile raccontare ancora particolari della storia. Il libro va letto per scoprirne i personaggi e le implicazioni emozionali e in questo modo si conosce anche un bravo scrittore che ben caratterizza i suoi personaggi e ci fa apprezzare gli ambienti più sconosciuti di Napoli.

giovedì 25 maggio 2017

Conchiglioni che si presentano ripieni.





Ingredienti:
300 g di conchiglioni rigati
300 g di ricotta
250 g di stracchino 
150 g di prosciutto cotto a dadini
sale e pepe
50 g di parmigiano reggiano grattugiato

Procedimento:
Mentre i conchiglioni cuociono nell'acqua bollente in una ciotola si mescolano la ricotta con lo stracchino e il prosciutto cotto, il sale, il pepe e il parmigiano grattugiato.

Si prende  una teglia da forno e  sul fondo si spalma un po’ di besciamella; poi prendendo una conchiglia per volta la si riempie col ripieno preparato usando un cucchiaino.

Ogni conchiglia col suo ripieno si affianca ad un'altra, mettendola per ritto, e si riempie tutta la teglia. Quando questa sarà completa si finisce di spalmare ancora un po’ di besciamella sopra a tutto e poi si mette in forno per 20 minuti a 190 °
Quando i conchiglioni sono pronti si possono prendere uno per uno e servirsi. 
Consiglio di mangiare il piatto a pranzo e di prendere 3/4 conchiglie massimo a persona e completare il pasto con un piatto di verdure crude.


sabato 20 maggio 2017

Adolescenti: quale futuro gli stiamo garantendo?





Non so se vi è mai capitato di rimettere in discussione principi che avevate decretato incorreggibili oppure di aver ridimensionato le idee su alcuni argomenti.
A me è successo tutto insieme.
Improvvisamente come un fulmine a ciel sereno ho chiarito a me stessa cose che fino ad oggi cercavo di mascherare.

I giovani. Gli adolescenti. Gli uomini del futuro.

Il castello di carta mi è crollato per alcuni fatti che ho messo a fuoco, ma da lì mi si è aperto il mondo del dubbio.
L’analisi parte da questa cronica disoccupazione. Vera peraltro, e questo non lo nego certamente. Ma di contro mi sono posta un problema: perché i muratori sono tutti extracomunitari? E gli idraulici? E le badanti? E i gestori di tanti banchi nei mercati? E altro ancora naturalmente….
Vedo molti giovani e sento che si lamentano perché non trovano il lavoro, ma conosco negozianti, gestori di locali, artigiani che non trovano nessuno che abbia il desiderio di rimboccarsi le maniche e lavorare. Quando questi ragazzi si presentano una delle prime cose che chiedono è se devono lavorare per il fine settimana perché no, quello non possono farlo.  La domenica poi non ne parliamo.
Io comprendo bene che è un grosso sacrificio ma come si può rispondere così e poi dire di non trovare niente?
I nostri adolescenti sono molto viziati e questo succede fin da piccolissimi.
I genitori (che sembrano più amici o fratelli) non riescono più ad avere nei loro confronti l’autorevolezza che servirebbe. Con questo non dico che fosse giusto essere severi, come succedeva prima, ma la mancanza totale di regole rende i ragazzi insicuri e pretenziosi.
Non si possono accettare situazioni nelle quale bambini di due/tre anni tengono in scacco tutta la famiglia perché pretendono di comandare e di avere tutto ciò che gli passa per la testa.
Un sano e convinto NO non ha mai fatto del male, anzi è un’abitudine che permette di accettare, anche nel futuro, dinieghi inevitabili.
Non pensiate che io parli tanto per raccontarvi qualcosa.
Di quanto detto ne ho esperienza diretta e una tale impostazione di vita non cambierà più perché le regole si danno fin da subito e se non siamo capaci di farle rispettare difficilmente il risultato sarà migliore quando ci troveremo davanti figli ormai adolescenti, che già attraversano un periodo di incertezze.

Allora la mia domanda, di nuovo, è questa.
Non c’è lavoro ma le discoteche sono piene e purtroppo ciò che ci si smercia costa anche tanto. L’uso di alcool e droga nei giovani è diventato una piaga sociale di cui non sto a fare i numeri ma che colpisce una percentuale alta di ragazzi e che dimostra quanto sia enorme il loro disagio. Per non parlare poi della crescente abitudine all’autolesionismo, al suicidio e all’ingigantirsi degli atteggiamenti da bulli sempre più gravi, che si riscontrano nelle scuole e nelle strade.

I social naturalmente hanno una parte importante in tutto questo decadimento. Si parla più che altro con il telefonino. Ci si nasconde dietro lo schermo di un computer. Si condivide continuamente la nostra vita ma è tutto fittizio, le relazioni sono falsate dal mezzo che usiamo, la realtà di vita è vuota e priva di valori e, appena ci si disconnette, si entra nella FOMO (fear of missing out) o sindrome da esclusione.
Certo non vale per tutti e in modo così estremo, ma il problema sta diventando enorme e ingestibile ed ad aumentare la tensione sono apparsi ormai da tempo forum che incitano apertamente i ragazzi al suicidio, prospettandolo come la miglior scelta di vita!

Pensate per cinque minuti a tutti questi problemi.
Fate un bilancio della società che abbiamo costruito e fate una previsione del futuro se continueremo a non modificare niente.
Io sono piuttosto pessimista, confesso, ma spero in quelle famiglie che prenderanno in considerazione tutti questi messaggi e reagiranno, non con paura ma con determinazione, al fine di ritrovare una strada, che in parte, ci siamo dimenticati di percorrere.
Ditemi qui cosa pensate e come agite voi che siete genitori della generazione che ci seguirà.